Schreibwettbewerb - Concorso di scrittura |
Bayreuth Bayreuth è una graziosa cittadina, con una bella piazza, uno splendido teatrino settecentesco del margravio, un interessante castello, un paio di parchi: la sua intera vita però ruota intorno a un evento che si verifica una sola volta all’anno per 40 giorni ovvero il festival wagneriano, un appuntamento che nessun melomane può perdere, almeno una volta nella vita. Tutto è rigorosamente rispettoso della tradizione e tutto si svolge secondo un rituale che è di per sé motivo di orgoglio per chi vi partecipa: un pubblico internazionale e eterogeneo (per lo più selezionato in base al censo, visti i costi dei biglietti !) assiste alle opere come a un rito sacrale per pochi eletti. Naturalmente, come ogni rito agogico, è necessario superare alcune prove. Il teatro ha ancora le sedie senza braccioli e lo schienale in legno del tempo di Richard che lascia indelebili segni sulle schiene scollate delle signore che incautamente non si sono portate un cuscino (la cui presenza è una prima discriminante fra adepti e parvenus). Il teatro non ha condizionamento (temperatura interna che raggiunge spesso i 34 gradi) e le porte vengono chiuse a chiave (avrei voluto intervistare un pompiere in materia) durante gli atti la cui durata non è mai inferiore all’ora e mezzo. Come noto la lingua wagneriana è di livello “elementare” (cantata è incomprensibile per quasi tutti i tedeschi che non abbiano frequentato un corso intensivo di gergo wagneriano e più del 50% degli spettatori sono stranieri…) ma a differenza della larghissima maggioranza dei teatri di tutto il mondo nessuno ha pensato di dotare il teatro di un sistema di sopratitoli, forse perché Richard si è opposto ed è rigorosamente proibito sbirciare di traverso il libretto furtivamente introdotto (esperienza personale..). La qualità musicale (cantanti, orchestra e direttore) è sempre eccezionale, ma fa da contraltare la sceneggiatura, la regia e i costumi per i quali non è chiaro se siano frutto di una mente malata o più semplicemente di un regista incompetente. Alcuni esempi del “Ring” del 2010: Alberich e Mime sono vestiti come vermi, Sigfrido sembra Davy Crockett, si muove come Frankenstein, fonde la spada Notung in un tritatcarne e la sfodera a caso brandendola pericolosamente per sé e per il pubblico, Sigmund entra nella casa di Siglinde attraverso lo squarcio di un muro provocato dalla caduta di un palo della luce con tanto di fili, durante il consesso degli dei (Freia ha una gonna a palloncino nella quale inciampa costantemente) un tizio con macchina fotografica si aggira come se avesse sbagliato teatro, sullo sfondo della scena un personaggio capitato per caso legge un giornale accanto alla sua bicicletta abbandonata per terra, il Nibelheim è una cantina con tanto di tubi rossi e blu dell’acqua, l’elmo fatato è uno straccetto dall’aria un po’ sudicia (ma per conquistare un pezzo di stoffa Alberich doveva proprio rinunciare all’amore ?) e ogni tanto fa la sua comparsa sulla scena, a caso, un bambino che sembra avere perduto la madre (ci si aspetta un comunicato della direzione del teatro per rintracciarla) etc. etc. Il regista, incauto si presenta sul palcoscenico al termine del Ring e riceve dal pubblico una salva incalcolabile di “Buhs” che lo costringe a una precipitosa ritirata. Pare che nel Lohengrin i soldati siano travestiti da grossi ratti e nei Cantori di Norimberga Hans Sahcs (ciabattino) anziché picchiettare sul tacco delle scarpe batta furiosamente i tasti di una macchina da scrivere etc. etc. Gli spettacoli cominciano normalmente verso le 17 ma negli alberghi si segue un rituale specifico. Gli spettatori, vestiti da sera (alle 3 del pomeriggio), vengono invitati a un brindisi (e mirano e sono mirati e in cor s’allegrano…) prima di avviarsi verso l’acropoli ove si trova il teatro. Il rito della mutua osservazione si ripete durante gli intervalli (normalmente dell’ordine dei 40 minuti – gli spettatori non wagneriani li aspettano come una benedizione) nel corso dei quali si notano uomini in frack fare la fila per il rituale Wurst insieme a personaggi in scarpe da tennis e maglietta, per portarsi poi allo stand dello champagne dove a 30 € per bicchiere viene servito uno spumantino dalle origini incerte. Di rito durante gli intervalli: passeggiatina nel parco antistante il teatro, visita all’ufficio postale per annullo speciale del francobollo della immancabile cartolina (prova provata della partecipazione all’evento), visita allo stand dei libri e dei dischi (Wagner e solo Wagner), e infine ricerca spasmodica dei bagni la cui ubicazione per qualche motivo è nota solo ai frequentatori abituali. Al termine degli spettacoli una fila di spettatori affranti e affamati sciama verso i pochi ristoranti ancora aperti dove alcuni avventori presenti da tempo guardano incuriositi (e spesso divertiti) i nuovi arrivati vestiti come marziani che si rifocillano dopo l’estenuante ordalia. Chi sopravvive alle opere (notati alcuni spettatori russare a metà del secondo atto del Tristano ove i due protagonisti per circa 90 minuti dissertano sulla filosofia della notte, per chi capisce o conosce il libretto..) ha la possibilità di visitare da Bayreuth, in una giornata, Norimberga (bellissima piazza con fontana storica, parata di figurine meccaniche sulla torre dell’orologio e belle chiese) , Augusta (Augsburg) e il parco alle porte della cittadina con annessa residenza di campagna del duca la cui visita vale veramente la pena. Inevitabile anche la visita della villa di Wagner, Wahnfried, donatagli insieme al teatro da Ludwig II di Baviera opportunamente sfruttato (e che sarà poi “suicidato” a causa della sua pazzia): l’immenso musicista era veramente un personaggio umanamente poco raccomandabile (ma questo a Bayreuth non si può dire). A Bayreuth si mangia molto bene: in particolare vi è un ristorante tradizionale sulla piazza in grado di sfatare tutti i pregiudizi sulla cucina tedesca. Un’esperienza, quella di Bayreuth, da non mancare. |